Una tempesta nordamericana

Quando, attorno alle undici di venerdì sera, i primi piccoli fiocchi di neve cominciano a sfumare l’orizzonte dell’East Village, a Manhattan, in pochi sanno come chiamare la tempesta che sta arrivando. Però tutti ne hanno sentito parlare per giorni, sanno che probabilmente ci sarà da rivedere i piani per il weekend e converrà fare provviste. Il venerdì a New York non è sembrata una giornata da neve. Le temperature sono state sotto il punto di glaciazione per quasi ventiquattro ore, sfiorando una minima di meno quattro gradi centigradi in una giornata brillante e luminosa, senza una nuvola in cielo. Nessuno ha rinunciato a uscire e i locali del Lower East Side nel tardo pomeriggio si sono riempiti di gente che evitava di mettere il naso fuori per una sigaretta e ironizzava sull’allarmismo così tipico dei media americani, che alla minima avvisaglia grida alla tempesta. Non c’è motivo di preoccuparsi finché non c’è da preoccuparsi, questa è la filosofia, e comunque New York è sopravvissuta a minacce ben peggiori di una bufera senza nome.

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