L‘ultimo squat di Manhattan

In quello che negli Stati Uniti è considerato da molti il romanzo dell’autunno, City on Fire, Garth Risk Hallberg soffia sulle braci della nostalgia per una città che non esiste più e in cui non deve essere stato semplice vivere. La New York della seconda metà degli anni Settanta, tra vetrine infrante e una povertà talmente diffusa da passare inosservata. La criminalità pronta a toccare i massimi storici, la sporcizia e l’aria malsana che dal sottosuolo filtrava per osmosi attraverso i pori del cemento e inondava le strade dello stesso vapore oleoso che oggi viene sbuffato al di sopra delle automobili da tubi arancioni simili al cilindro del Gatto col Cappello di Dr. Seuss. L’orlo sottile del buio baratro della bancarotta che ha posto il sindaco Ed Koch a metà strada tra l’eroismo e il disastro. Ma anche la città che ha fatto da incubatrice per un movimento culturale impossibile da qualsiasi altra parte del mondo, dopo aver rilevato l’eredità parigina della vie bohème. Gli appartamenti che non costavano niente, anche perché spesso inagibili e privi delle comodità essenziali — «There’s no hot water and the cold is running thin», cantava Leonard Cohen in Dress Reharsal Rag — e popolati dagli artisti che non avrebbero potuto permettersi di vivere altrove. La Factory di Andy Wharol, gli scarafaggi del Chelsea Hotel, Max’s Kansas City e naturalmente il punk dell’East Village.

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