City of girls

Ho una confessione da fare: non ho ancora letto Amori e disamori di Nathaniel P. (Einaudi, 2015 tradotto da Vincenzo Latronico) di Adelle Waldman e in genere nutro un leggero pregiudizio — involontario ma alimentato in parte dall’esperienza che come tale si fregia di notevoli eccezioni — verso i romanzi scritti da donne. Non in quanto scritti da donne, ma in quanto romanzi. Ho un’altra confessione da fare: penso che tutti i romanzi scritti da Jennifer Egan non contribuiscano affatto a convertire il mio pregiudizio. Non siano, insomma, eccezioni. Egan ha vinto il Pulitzer per una raccolta di racconti, che poi hanno deciso di chiamare romanzo semplicemente perché non si decideva a finire quello che aveva in cantiere e anche perché i tentativi precedenti erano stati decisamente fallimentari. Per quanto mi riguarda, il suo lavoro migliore, fatta eccezione per Il tempo è un bastardo (minimum fax, 2011 tradotto da Martina Testa, ovvero la raccolta di cui sopra) è Emerald City. Racconti, di nuovo, mai tradotti. E qui la pomposa premessa costruita sulla spettacolare onestà finisce, e comincia la tesi.

[Continua a leggere su L’Espresso]

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