“Cristo fra i muratori” e la retorica da emigrazione

Questi sono tempi in cui la retorica viene più facile del buonsenso e la malinconia si spreca. Non è passato molto dall’ultima volta che sono stato a Ellis Island, ad aggirarmi tra i corridoi di cimeli e i documenti slavati — poca cosa, in realtà, ultimamente: dopo il passaggio di Sandy molti degli oggetti esposti sono stati portati dove non possono essere intaccati dall’umidità. Devo dire che fa abbastanza impressione pensare a come sarebbe stata l’America senza gli italiani, gli irlandesi e i russi. Come sarebbe stata New York senza Brighton Beach che sa di fritto e ancora non parla inglese, senza i bar per i poliziotti e i vigili del fuoco, che si chiamano tutti O’Maoney, O’Mullay, Mac qualcosa, senza gli italiani del Bronx, gli italiani di Brooklyn e quell’avanzo di storia antica che è Mulberry St, adesso piena di altri immigrati, più giovani e che non hanno idea di come si faccia un espresso decente. Ma anche senza i cinesi, i coreani che vendono i fiori, i pachistani che tengono aperti i deli fino alle cinque del mattino, i Sikh in turbante alla guida di taxi che non sanno mai dove devono andare. Fa impressione, ma la storia è passata ed è andata così, per fortuna. A posteriori.

[Continua a leggere su L’Espresso]

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