La via di fuga per un’industria in pezzi

Sotto la superficie fremente scorre un rivolo di pessimismo. Lo si sente passare attraverso i discorsi, i sospiri amari di chi è convinto che la crisi sia passata ma non sa cosa aspettarsi per il futuro. L’industria letteraria americana ha indubbiamente accusato il colpo, la forza che ha saputo trovare per tenersi dritta e in piedi è encomiabile, ma l’incertezza si tocca allungando la mano a sfiorare il liscio delle copertine nelle librerie.

A instillarmi il seme del dubbio e la necessità di ragionare su un piano di fuga è stato Gary Shteyngart, una sera prima di una sua presentazione a Brooklyn. Mi raccontava del fatto che il suo libro Storia d’amore vera e supertriste —in Italia con Guanda, per la traduzione di K. Bagnoli — sta per essere trasformato in una serie tv. «Non sappiamo ancora se in effetti verrà mandata in onda, ma è un lavoro ben pagato e molto divertente. Volevi sapere dello stato dell’industria letteraria? Eccolo: trovare una via di fuga». Sul momento non ho dato troppo peso alla questione, ma la definizione di “via di fuga” mi è rimasta in testa ed è tornata ciclicamente a galla nelle settimane successive.

L’altra grande questione sul piatto, che non va ignorata e anzi deve essere tenuta in seria considerazione se si vuole arrivare a una conclusione, è quella di quanto la “via di fuga” televisione stia influenzando di fatto il mercato libraio. Più di una volta ho sentito dire che le serie sono la nuova letteratura. Non sono completamente d’accordo ma riconosco il fondo di attendibilità che sta dietro a una convinzione del genere. Jonathan Gottschall, studioso del linguaggio e docente di evoluzione e letteratura, non molto tempo fa mi faceva notare che «guardare House of Cards è come vedere un film di quindici ore, o leggere un lungo romanzo», questo è probabilmente vero. Da una parte l’evoluzione della televisione sta influenzando in maniera importante il modo di narrare e quindi spingendo la letteratura ad adattarsi ai gusti di un pubblico che ancora non ha ben chiaro dove vuole andare a sbattere la testa, dall’altra gli scrittori sono sempre più trascinati nel gorgo della scrittura televisiva. E si tratta di una dinamica pratica, molto più di quanto si possa pensare. Chi prima aveva una “scrittura cinematografica”, oggi ha una “scrittura televisiva” e a Hollywood ci va passando per altre strade.

(Continua a leggere su L’Espresso)

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