Imparare la vita da un codardo: Larry David

C’è questo aneddoto, che somiglia molto a una leggenda e che tengo in tasca da quando mi lascio girare attorno l’idea di scrivere un profilo di Larry David. È così perfetto che in una storia normale dovrebbe rappresentare il lieto fine, ma che in questa arriva più o meno a metà e cambia completamente le carte in tavola. Un giovane stand-up comedian di Brooklyn vaga per Manhattan armato di un taccuino e di una penna, con la quale annota minuziosamente su una cartina abbozzata i posti migliori per rifugiarsi una volta che la sua carriera sarà definitivamente naufragata e si troverà costretto a dormire per strada. Vive dai suoi genitori da qualche mese, perché non può permettersi un affitto a New York e non ha il coraggio di ammettere che non sa più dove andare a sbattere la testa. Quello stesso comico, nel giro di otto mesi da questo episodio, chiuderà un accordo per vendere l’idea di una sticom al network NBC ed entro un anno firmerà il rinnovo per tre stagioni. Settantadue milioni di dollari. Larry David, signore e signori.

Non è invecchiato più di tanto quando mi affaccio dalla balaustra e lo vedo. Ha sessantasette anni e la pelata che luccica sotto i riflettori di un tetro gremito di gente che pende dalle sue labbra. Insegna la vita a chi lo vuole ascoltare ed è disposto ad accollarsi il rischio di penderlo sul serio. «Sono stato espulso dalla scuola ebraica perché facevo il buffone, sostanzialmente. Il rabbino ha chiamato me e due miei compagni, se ne stava appoggiato alla sedia con l’aria da caporione e fumava un sigaro. Non riuscivo a trattenere le risate, era più forte di me. “Voi due siete sospesi”, ha detto ai miei amici. Poi ha guardato me, ha puntato il dito e mi ha detto: “Ma tu. Tu sei il male in persona. Sei espulso, e non ti azzardare a tornare!”. Per me è stata una specie di liberazione, ma non è durata a lungo. Mia mamma è andata a parlare col rabbino e credo che gli abbia fatto un pompino, perché poi mi hanno ripreso immediatamente». E chi vuole imparare qualcosa la impari, gli altri si piegano in due dalle risate.

«In sinagoga, al mio bar-mitzva, cantavo come un angelo e la gente si dava di gomito. “Nel coro” diceva, “mettiamolo nel coro”. E così, durante una campo estivo alle Catskill Mountains ho fatto un numero tratto dal musical Annie Get Your Gun. Un ragazzotto burino è saltato su e mi ha gridato: “Frocio!”. Bene, avevo chiuso con il teatro, almeno per un po’. È stato il primo vero segnale di quello che sarei diventato: un codardo».

Non è facile spiegare Larry David, perché per anni nemmeno lui ha saputo spiegare se stesso. «Adoravano Jerry, non sapevano nemmeno chi fossi io», ha detto parlando di Seinfeld, la serie che lo ha incoronato a signore indiscusso della televisione e che avrebbe dovuto mostrare dove i comici prendono gli spunti per i loro monologhi, ma che per nostra fortuna è diventata lo show sul niente. David è un ebreo di New York — Sheepshead Bay, Brooklyn — con tutte le sfaccettature diabolicamente comiche che questo comporta. Sua madre — dice lui e noi raccogliamo col beneficio del dubbio e la gratitudine del momento — voleva che facesse il postino, poi è stato al college e si è riscoperto autista privato, alle dipendenze di una anziana signora non vedente. «Non c’è niente di meglio al mondo che avere un capo cieco. Puoi dirgli qualsiasi cosa ti passi per la testa. “Larry hai messo la divisa?”, “certo!” ed ero in jeans e maglietta». E poi è finito a vendere reggiseni — cosa che i fan di Seinfeld ricorderanno come attribuita a George, sua prima trasposizione televisiva. Il suo destino era quello di fare il comico, lo si vede da come cammina, da come gesticola, da come si comporta, da come la giacca sportiva di velluto gli cade male sulle spalle, dalle scarpe da ginnastica e dai calzini di spugna.

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Un pensiero su “Imparare la vita da un codardo: Larry David

  1. La mia serie tv preferita invece è Beverly Hills 90210. Quando penso agli anni 90, quelli in cui sono cresciuto, i primi ricordi che mi vengono in mente sono tutti legati a questa serie. Niente come quel telefilm é riuscito a descrivere le emozioni, le atmosfere e le abitudini tipiche di quegli anni magici. Allora non c’erano il terrorismo, la crisi economica, il lavoro precario e il clima depresso che si respira oggi. O, se questi problemi c’ erano, non avevano ancora raggiunto le dimensioni di adesso. Avevamo tutto, ed eravamo troppo giovani per godercelo appieno. Oppure essere stati giovani in quegli anni é stata una fortuna: in questo modo, abbiamo potuto viverli con la spensieratezza e la leggerezza di chi non ha grossi obblighi o responsabilità. In ogni caso, io ricordo quegli anni come un’ età dell’ oro di irripetibile bellezza, e quella serie la descrive perfettamente.
    Un’altra serie tv che ti raccomando ad occhi chiusi è quella di cui ho parlato in questo mio post: http://wwayne.wordpress.com/2014/04/27/nuove-frontiere/. Che ne pensi?

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