Le ragioni di Philip Roth (che includono solo Philip Roth)

Ieri mattina ho tirato un sospiro di sollievo. Non ho mail letto Patrick Modianoe, come da mia tradizione, non credo che comincerò ora. Non ho niente contro di lui, sia chiaro, è che ultimamente il Nobel per la letteratura è diventato una specie di lotteria perversa, per cui ogni anno c’è bisogno di spiegare chi è lo scrittore che lo ha vinto, spesso soprassedendo alle ragioni per cui lo ha vinto. Somiglia molto al gusto per lo sconosciuto che aleggia tra gli hipster, dove un’abitudine che abbia più di una decina estimatori è considerata superata. Un passo oltre, che la vita è breve e non concede il tempo per stare dietro al vecchiume. Sono convinto che sia una mia mancanza, quella di non conoscere Modiano, e dato che il Nobel lo ha preso e le sue ragioni le avrà avute, invito chiunque a riscoprirlo, per lo meno fino al prossimo ottobre. Il motivo per cui ho tirato il sospiro di sollievo, però, è un’altro: il karma della strepitosa città di New York, degli Stati Uniti e per proiezione dell’intero universo è ancora in equilibrio.

Dopo aver sospirato, mi sono preparato a un arrancante piccolo viaggio che da Bed-Stuy, più o meno al centro esatto di Brooklyn, mi portasse nell’Upper West Side, nei pressi dell’ottantunesima strada. Lì c’è una specie di supermercato non-esattamente-all-ingrosso — vale a dire molto buono ma anche molto poco alla portata di tutte le tasche — chiamato Zabar’s, fuori dal quale qualche giorno fa Lorin Stein mi consigliava di piazzare una tenda e aspettare che il destino facesse il suo corso. Il quartiere ha l’aria borghese di centinaia di film romantici presi tutti assieme, quella che alimenta l’eterno Natale che incombe su Manhattan, e Broadway sale e scende da un paio di collinette ripide, lasciandosi intravedere per parte della sua disumana lunghezza mentre si fa largo tra i palazzi. Sembra che non esista altro posto al mondo in cui Philip Roth potrebbe vivere, ma noi sappiamo che non è così.

Se ho affrontato la traversata è perché speravo di incontrare un fiorentino di nome Rico, che quasi tutti i giorni — non ieri, ovviamente — si piazza davanti a Zabar’s con un banchetto di libri e dice di conoscere Roth da venticinque anni. Io non gli ho mai creduto, ma in giro mi dicono che non è del tutto una baggianata. Gli avrei voluto chiedere come se la passa il grande vecchio, che mi dicono che ha problemi di schiena e che però continua a farsi la spesa da solo — ragione per la quale secondo Stein dovrei piazzarmi davanti al supermercato — ma soprattutto avrei cercato di intuire quanto profondamente viene ferito, anno dopo anno, da questa faccenda del Nobel.

(continua a leggere su L’Espresso)

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