I fantasmi della distanza, intervista con Marco Roth

Quanti scrittori ci sono a New York?

Sì, è una domanda retorica. New York è come un santuario dei cetacei, solo che al posto delle balene e dei capodogli, ci sono gli scrittori. Sceneggiatori, romanzieri, giornalisti, aspiranti maratoneti nell’immensa corsa al grande romanzo americano. Ce ne sono di tutte le gamme e di tutte le forme, alcuni di loro hanno un piano articolato e preciso, ma la maggior parte si limita ad appoggiare un portatile al tavolino di un bar di Willamsburg o di Midtown e ad aspettare l’ispirazione. Butta giù una frase, se la ripete in testa per sentire come suona e poi si lascia andare. Dire se da questo slancio emotivo, dettato dalla geografia quanto dall’aspirazione, uscirà qualcosa di buono è come cercare di prevedere il risultato di una partita di scacchi senza conoscere i giocatori. Sono tanti, sono determinati e potrebbero fare qualsiasi cosa.

Sono anch’io uno scrittore a New York, per la miseria, e lo è chi con me divide un appartamento di Bed-Stuy.

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Poi, tra i pachidermi che nuotano stancamente nelle acque che ormai sentono tiepide e calme e i delfini guizzanti che ancora respirano la schiuma della corrente, vivono centinaia di lamprede e squaletti, organismi mutualisti e agenti parassiti — qui inteso nel senso evoluzionistico del termine — che supportano l’ecosistema del santuario e anzi gli danno vita attraverso il loro lavoro gregario. Le balene non avrebbero da mangiare se i tonni non muovessero il plancton. L’equilibrio sembra dato da un sottile sistema di conoscenze e mani strette tra pranzi e drink, mentre tutto intorno si alza il freddo vento di ottobre e si sistemano le carte per la prossima stagione editoriale.

Per capire cosa succede nel Santuario, però, bisogna allontanarsi lungo le correnti litorali e cercare di cogliere il quadro dalla distanza. Infilarsi immediatamente nei meandri della società letteraria newyorchese vorrebbe dire perdere il significato complessivo, lasciarsi confondere dalla tendenza del momento e da quanto tutti siano più interessati a parlare del proprio lavoro che di quanto succede in città.

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