Come le storie ci hanno reso umani

Spero di non portare il tono del discorso a un livello troppo basso, se comincio con un’analogia televisiva, ma è quello che mi viene in mente quando penso alle teorie di Jonathan Gottschall. D’altra parte parliamo di istinto, di etologia, di comportamento animale, quindi la libera associazione è più che ammessa. Anzi, conoscendo Gottschall è probabilmente qualcosa che mi inviterebbe a fare, quindi eccola qui.

Mi ricordo di questo episodio di Family Guy in cui Peter — in una delle sue infinite e deliziose digressioni, che già di per sé avrebbero a che vedere con quello di cui sto per scrivere — comincia a narrare passo passo la sua vita, come se si trattasse di un romanzo un po’ stucchevole. Dopo avere offeso Lois in maniera irrecuperabile ed essere stato messo ko, si risveglia sul pavimento della cucina. E come se niente fosse, ricomincia a narrare. Questo è il nostro istinto, dice Gottschall, non ne possiamo fare a meno. Siamo chiamati da una propensione naturale a raccontare tutto quello che ci succede, ad ammorbare amici e colleghi, fidanzate e mogli. Mariti, amanti, certe volte perfetti sconosciuti in metropolitana. Raccontiamo, spieghiamo, scioriniamo, siamo inventori di favole e costruttori di storie, bugiardi, all’estremo confine della nostra natura. Siamo uno Storytelling Animal — non c’è modo migliore di dirlo, se non con il titolo inglese del libro, tradotto in Italia come L’istinto di narrare da Giuliana Oliviero, e pubblicato da Bollati Boringhieri.

«Qualche anno fa, quando mi è venuta l’intuizione, stavo guidando in una bella serata di autunno e smanettavo con la radio in cerca di una stazione che mi piacesse. A un certo punto ha attaccato una canzone country, una cosa molto smielata su un tipo che se ne va e deve lasciare la sua famiglia. Non era un granché, ma senza rendermene conto ho cominciato a piangere. Pensavo alle mie figlie e mi immedesimavo in questo cantante mediocre. Mi sono dovuto fermare perché non vedevo più niente, avevo gli occhi pieni di lacrime». Gottschall — che si occupa di letteratura ed evoluzione al Washington & Jefferson College, in Pennsylvania — la mette così quando inizia a spiegare quello che gli passa per la testa e la sua è una scienza precisa, sensata e basata sui fatti, più che sulle elucubrazioni. «Gli uomini sono fatti per inventare storie, raccontarle e ascoltarle. Ci deve essere qualcosa di evolutivo in questo», la tesi è semplice e contemporaneamente solleva un velo su qualcosa di estremamente vasto e complesso: la tendenza a inventare, imbellettare e riproporre.
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