L’editoria discussa con Lorin Stein

È come percorrere una strada un po’ dissestata, dal fascino antico ma di una scomodità sconfortante, scendere lungo il panorama editoriale mondiale. Si fa una gran fatica, soprattutto perché quello che abbiamo intorno, in Italia, è quanto di più caotico possibile. Poi, tra il sudore e la polvere, lo scintillante baluginare lontano dei colossi colorati e chiassosi americani — inarrivabili, come una Coney Island di intellettualismo puro — il sentiero si punteggia di pietre miliari. Poche, sacre, e ormai quasi del tutto inutili.

Non abbiamo mai saputo fare una rivista letteraria, come ultimamente non sappiamo più fare un giornale e scambiamo tutte le blog-avventure squattrinate e dense di speranze mal riposte per una start-up editoriale. Ne abbiamo avute di buone riviste, e ne abbiamo ancora, ma quelle di una volta non funzionano a dovere — Nuovi Argomenti è lì, a eterno monito di quanto il tempo passi per tutti e se non ci si sta attenti ci divora — e quelle nuove sono rimasticazioni di ben altre esperienze, appuntate sul petto degli editor come blasoni che gridano tutta la loro non appartenenza dall’alto di poche centinaia di copie vendute ad addetti ai lavori, più che a lettori pietosi. Il resto sono blog, buone occasioni, esempi eccellenti di come si faccia a dedicare le proprie giornate a incanalare una passione. Il settore editoriale va alla deriva, con la bussola che punta in direzione di una stella polare offuscata da nuvoloni neri. Senza un piano, senza nessuna chiarezza quando basterebbe rispettare una gerarchia definita nelle pubblicazioni.

Questo era quello di cui discutevamo in ascensore diretti verso la redazione della Paris Review, mentre fuori soffiava il vento fresco di un luglio anomalo tra i monoliti squadrati del Meatpacking District. Sono cose di cui siamo andati avanti a parlare per anni, arrivando a poche incertezze diffuse, mentre anche noi ci muovevamo a stento tra le schiere affrante e confuse e, trovandoci di fronte a Lorin Stein, ci è sembrato giusto chiedergli la sua. Dal torpore chiassoso e rassicurante della Coney Island editoriale.

La Paris Review non è un punto di arrivo, ma il rivolo di sicurezza che scorre tra le pieghe della crisi di settore. È stata fondata nel 1953 a Parigi, appunto, e si è trasferita a New York nel 1973, senza mai apparentemente accusare una flessione. Galleggia in quelle acque placide dell’autorità che ha acquisito facendo le cose per bene, pubblicando esordienti, maneggiando con cautela i grandi nomi che ne hanno popolato le pagine e rimanendo fedele a se stessa. Stampata, impavida e con un occhio sospettoso sul web. Lorin Stein siede nell’ufficio del direttore dall’aprile 2010, beve espresso e fuma Marlboro.

(Continua a leggere su Linkiesta oppure su minima&moralia)

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