Il genio al servizio del genere, Joe R. Lansdale

Il Texas orientale ha assunto i contorni di un luogo mitico, popolato da eroi pieni di paura ma cocciuti e orgogliosi come pochi, che il dolore lo sentono eccome, ma ci sono abituati, che si ricuciono da soli, che hanno una donna — o un uomo — che è sempre un problema, ma ogni volta un problema diverso. Il Texas orientale è materia da mostri giganteschi che sembrano usciti da un apocalisse nucleare. Mischiati tra loro e vomitatori di pop-corn a fiumi. Il Texas orientale è un universo a parte, a leggere Joe R. Lansdale. Un universo in espansione, in arricchimento costante. Fedele a se stesso ma che può cambiare da un momento all’altro, così, senza preavviso.

«Finché ci sarò io, esisterà quell’universo» mi dice con un’espressione a metà tra il rassicurante e il beffardo, con la voce che sale e scende di tono e un accento così marcato da sembrare caricaturale. «Non so dirti fino a che punto si evolverà, perché quando smetterà di farlo io sarò morto. Ma fuori dal mio personale universo mitico c’è un mondo reale, che vive, si muove e influenza la mia fantasia per forza di cose. La cambia, la modella, la aggiusta adattandola al passare del tempo». Ho incontrato Lansdale a Torino, dove si trovava per ritirare il “Premio Autore Straniero” del Mondello , quest’anno assegnato dal giudice monocratico Niccolò Ammaniti, che riconosce nel Lansdale delDrive-in il suo modello. Prima dell’appuntamento avevo il cuore in gola, perché oltre la genuina modestia e la cordialità con la quale mi ha accolto, sapevo che mi sarei trovato davanti una leggenda vivente e un autore straordinariamente prolifico, con più di quarant’anni di attività alle spalle e senza nessuna intenzione di fermarsi.

«Scrivo un libro dietro l’altro, smetto di scrivere il primo e attacco col secondo. Mentre sono alle prese con un romanzo mi faccio assorbire completamente dalle atmosfere e dal mondo che sto dipingendo, ma appena ho finito mi sento trascinare da un’altra suggestione e allora mi ci butto a capofitto. Sono praticamente uno scrittore perpetuo. Quando ho finito di scrivere La notte del drive-in, per esempio, mi sono buttato subito in Freddo a luglio e per terminarli entrambi ci sono voluti poco più di quattro mesi» e poi ride con la bocca che tira di lato, portandosi dietro tutto l’immaginario texano che può stare in un essere umano.

(Continua a leggere su Linkiesta)

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