Fragilità di un gigante

La verità? È da qualche mese che ho intenzione di scrivere un profilo di Philip Seymour Hoffman, dettato dall’amore incondizionato che nutro per la sua recitazione e per quello che pensavo fosse come persona – che in parte hanno confermato i fatti delle ultime ore, e in parte sto ancora elaborando. Volevo scrivere un profilo di quello che ritenevo essere uno dei migliori attori drammatici viventi. Un interprete straordinario, in grado di calarsi completamente nel dramma. Inteso come dramma di scena, ma anche come disperazione umana. Non vedevo l’ora di scrivere questo profilo perché avrei potuto farlo senza fonti, se non quelle necessarie alle citazioni. Poi è successo che la disperazione umana stessa si è messa tra me, lui e il mio profilo, e ora la verità è che non so da dove cominciare.
Quando ho sentito della morte di Hoffman, a Milano pioveva fitto e piccolo piccolo. Avevo sbagliato le scarpe e avevo le calze inzuppate. Stavo aspettando una coppia di amici in ritardo fuori da un ristorante kosher vicino a piazza Wagner – cosa che poco prima mi era sembrata curiosa. Non pensavo a Philip Seymour Hoffman, ma a tutta una serie di altre cose che con lui non avevano nulla a che vedere. Ecco, questo per dire che la sua morte mi ha regalato una serie di particolari nitidi e che difficilmente lascerò svanire col tempo, ma che altrimenti avrei certamente dimenticato. E che sia proprio la sua scomparsa a far sì che io rompa il contratto giornalista/lettore, a far sì che io esponga la tediosa storia delle mie scarpe imbevute d’acqua e della dualità Wagner/kosher, non è un caso. Come non è un caso che io abbia passato la serata a pensare e ripensare come quell’uomo gigantesco possa adesso mancare, come non uscirà più niente con la sua faccia impressa nella pellicola. Mentre scrivo non credo di essermene ancora fatto una ragione.
La cosa più grossa a sfuggirmi è stato proprio un particolare: l’eroina. Non avevo idea del fatto che Hoffman fosse stato un eroinomane, che avesse lentamente vinto la dipendenza, per poi ricaderci a distanza di vent’anni passando per gli ansiolitici e la cocaina. Non ne avevo idea al di fuori del cinema, perché in realtà è una storia che conoscevo attraverso i suoi film. Aveva una capacità innata di mettersi a nudo, solo che non sapevo fino a che punto poteva entrare nei particolari del suo personaggio e adesso che tutti sembrano perfettamente orientati alla comprensione della sua parabola discendente, mi sento piuttosto fuori luogo.
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