Perpetuo relingo: Valeria Luiselli

Seguendo il lavoro di Valeria Luiselli, nata nel 1983 a Città del Messico, mi sono messo in testa che fosse l’unica persona con cui potrei intrattenere una corrispondenza, di quelle con le buste e le lettere, in cui si parla di tutto e tutto sembra molto importante. Carte false (La Nuova frontiera, 2013, tradotto da Elisa Tramontin) il suo primo libro in ordine cronologico, ma secondo dopo il romanzo Volti nella folla(La nuova frontiera, 2011), convalida quest’idea. La sua è una scrittura poetica ed eclettica, organizzata in scritti eterogenei, che pesca in quel mondo enorme che Valeria conosce e abita, da Città del Messico a New York, passando per un cimitero di Venezia alla ricerca della tomba di Brodskji e i relingos dell’America Latina: angoli lasciati a se stessi, porzioni silenziose di spazio vuoto.

Carte false è un esercizio di scrittura libera, una collezione di capitoli diversi per tematiche e stili. Quale immaginavi fosse la loro destinazione mentre li stavi scrivendo?
A scriverli ho impiegato parecchio, e ho sempre immaginato di farne un libro. Non ho mai avuto un blog, ci ho provato quando avevo ventun anni, ma non ha avuto molto successo e dopo un paio di mesi ho lasciato perdere. Solo due degli scritti di Carte false sono nati con una diversa destinazione, uno era in inglese ed è andato sul “New York Times”, un altro è finito su una rivista di cartografia. Per il resto fin dall’inizio la loro destinazione è stata questa.

Emergi come il prototipo della scrittrice della nostra generazione, quella dei nati negli anni ’80. È una generazione senza patria, che vive una condizione di costante mobilità e di estrema curiosità, dettata spesso dalla necessità dell’inseguire le occasioni, ma che in fondo ci permette di percepire la scrittura – giornalistica o letteraria – in maniera del tutto libera. Come vivi questa condizione?
Senza la mia mobilità, Carte false – ma anche Volti nella folla – non sarebbe esistito. Ho cominciato a scriverlo per reimpadronirmi di Città del Messico, la città in cui sono nata ma che non conoscevo, ma alla fine mi sono trovata a scrivere anche di New York, dove studio, e Venezia, dove per una serie di coincidenze ho la residenza. Non ho rispettato il mio obbiettivo originario, proprio a causa della condizione di non appartenenza che generava l’idea stessa del libro e che ha finito per cambiarla radicalmente. Non tornavo a Città del Messico da più di vent’anni, non sapevo cosa fosse, l’ho dovuta riscoprire e volevo testimoniare questa riscoperta con un gesto tangibile, che alla fine si è rivelato figlio proprio della mobilità di cui parliamo, e non esisterebbe senza il mio continuo vagare di posto in posto. Senza la voglia di scrivere di Città del Messico non mi sarei trovata ad esplorare il cimitero di San Michele a Venezia e non avrei analizzato la mia vita a New York, che poi ha dato vita a Volti nella folla. A conti fatti è stata una grande occasione.

Carte false è una vera fucina di spunti e lascia emergere una curiosità sconfinata. Il tuo è un approccio impaziente, vale a dire che senti l’urgenza di scrivere immediatamente di ciò che ti affascina, oppure accumuli informazioni e poi le svolgi con calma?
La mia è una scrittura in due tempi. Prima prendo una montagna di appunti, per mesi, su tutto quello che mi sembra degno di nota – per Carte false questa fase è durata quattro anni – poi mi siedo a scrivere e da quel momento non faccio altro. Quando scrivo lo faccio in maniera torrenziale, continua, in estrema concentrazione. Poi comincio a rivedere i frammenti, torno indietro su ciò che ogni singolo appunto ha generato e lo studio, lo affino finché non assume la forma che vorrei.

(Continua a leggere sul Mucchio)

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